Da modella a giornalista e docente di moda. Come modella ha vissuto la New York degli anni sessanta, lavorato con Diana Vreeland, frequentato Andy Warhol e la sua Factory.
Da adulta è poi salita sulla passerella di Dior, voluta da John Galliano, e di Antonio Marras.
Come Giornalista e docente di moda, è una delle voci più interessanti e critiche di un fashion system che lei stessa dichiara di non amare molto.
Lo stile personale votato alla semplicità e al confort, l’apparente rifiuto del trucco, esprimono una personalità che ricerca concretezza e profondità, anche nella moda e nella creatività, che supera gli abiti e gli stili, per farsi cartina tornasole di una società e linguaggio culturale.
È sempre un piacere incontrare Benedetta Barzini.
Modella, opinionista, giornalista, docente di moda. Mi racconta Benedetta Barzini in tutte queste declinazioni professionali?
Sono diventata modella per caso, come capita a tutte quelle che lo fanno. Opinionista? Non so bene cosa vuol dire. L’opinione è, in realtà, semplicemente un punto di vista. Tendo a guardare la moda ben oltre il mio gusto personale. La osservo attentamente, sperando di trovare qualche indizio su quel che concerne il genere umano. Giornalista: mi sarebbe piaciuto utilizzare il “sapere” accumulato per scrivere di moda, di costume, di tradizione, di cultura dell’abbigliamento, ma così non è stato.
È sempre stata critica nei confronti della moda e ho sempre avuto l’impressione che amasse molto la creatività e poco il fashion system. Sbaglio? Su cosa si basa questo rapporto di odio e amore?
Critica sembra una “parolaccia”, un giudizio dal sapore negativo, invece sarebbe importante che ci fosse la critica della moda, cosÌ come c’è il critico televisivo o di cucina. È semplicemente una riflessione. Chi riflette oggi sulla moda? Certo che ho rispetto per coloro che hanno la passione per il taglio, il cucire, inventare indumenti o riprodurre alla “perfezione” le regole per l’abito maschile. Ho ammirazione per chi non pensa solo alla fama e al denaro, per chi èè pronto anche ad affrontare momenti bui. Non penso invece proprio niente delle persone che utilizzano l’abbigliamento come espediente per ottenere notorietà e sono attaccati alle nozioni di marketing. In realtà non provo odio e neanche amore per il sistema moda: sto alla finestra, la guardo passare e penso…
Tempo fa mi raccontì che analizzando la gente in metropolitana sarebbe stato difficile cogliere i cambiamenti dello stile nella nostra epoca, perché fondamentalmente vestiamo come venti anni fa. È ancora di questa opinione? Come è cambiata, se lo è, la moda nei nostri anni?
La penso ancora così. Osservare la gente di città aiuta a capire dove si annidano le debolezze, cosa emerge come “indispensabile” per l’uomo e per la donna. È anche interessante vedere come le persone interpretano “l’essere moderno” oppure l’essere “diverso”. Inoltre, prima che le mode in vendita riescano a modificare lo stile dell’ordinaria quotidianità ce ne vuole!
La moda cambia negli aspetti decorativi, nei tessuti e negli accostamenti di colori, prima che cambino davvero le forme passa molto tempo. Del resto sarà difficile che tutte le componenti di una cultura accettino di vestirsi “allo stesso modo”. Oggi sono le categorie merceologiche, le nicchie di mercato, che utilizzano “lo stesso stile”, ma nessuno accetterebbe l’ordine di rimettersi la crinolina o il cilindro per andare a passeggio.
Chi è veramente innovativo nella moda ora e chi le piace?
Innovativo? È interessante domandarsi perché uno debba andare in cerca di novità. Non so chi sia innovativo oggi. So che l’evoluzione riguarda solo il tessile, le tecnologie, ma che la moda ripete i suoi cliché dall’Ottocento, senza modificarne il senso.
Cosa pensa del Made in Italy, soprattutto in un momento difficile come questo?
Si parla di Made in Italy quando perfino la FIAT non lo sarà più. Penso che sarebbe ora di parlarne senza polemiche. Di sicuro lo spirito di collaborazione, il senso civico nel sapere porre limiti alla litigiosità, sarebbe un gran bel “Made in Italy”. Ma l’Italia di certe manifatture non ne vuol proprio sapere. Se questo è un momento difficile,è anche un momento importante. Quando le cose vanno bene, ammesso che questo succeda, la gente non pensa a far durare quel periodo positivo. Comunque da quando sono in Italia, cioè dal 1972, non ho mai sentito dire: “Questo è un buon momento”. Che devo pensare? Ditemelo voi…
Autore:
Stefano Guerrini

È sicuramente una delle figure più importanti dell’editoria mondiale, universalmente riconosciuta come una icona della moda.
La nostra prima icona, capace di raccontare la moda grazie alla sua visione precisa sullo stile.